CALCIO E REPRESSIONE, PARTE I : 28 APRILE 1963
Un rigore non assegnato all’80’, 13 mila spettatori inviperiti. Un tifoso apre un varco nella rete di cinta e corre per raggiungere l’arbitro. Le forze dell’ordine lo fermano a manganellate, la camicia bianca del tifoso diventa rossa. Il tifoso chiede aiuto alla tribuna e le recinzioni cadono. Altri tifosi locali invadono il terreno di gioco: la partita è sospesa.
Scappano squadre e arbitro.
Tutto degenera, la contestazione non si contiene.
Ѐ il 28 Aprile 1963, lo stadio è il Vestuti, vecchio impianto sportivo di Salerno. Si gioca Salernitana – Potenza.
Le forze dell’ordine quel giorno sparano. Un proiettile vagante esploso dall’arma di un carabiniere colpisce ed ammazza Giuseppe Plaitano, tifoso granata seduto sulle gradinate della tribuna. Plaitano aveva quarantotto anni, moglie e quattro figli. Il proiettile lo colpisce alla testa.
Nessun responsabile delle forze dell’ordine è stato condannato per questo evento. Nessuno è nemmeno finito davanti un giudice. Per le istituzioni dell’epoca le forze dell’ordine non sono responsabili: si tira in ballo il ridotto organico e la mancanza di preparazione degli agenti.
I risultati dell’autopsia imputano in un primo momento il decesso addirittura a un infarto. Altri esami che contraddicono tale versione “spariscono” e ogni tentativo di inchiesta viene archiviato.
Ai funerali di Plaitano la bara viene portata in Piazza Amendola, sotto la Questura.
Sono trascorsi 57 anni. Ѐ la prima morte sugli spalti per mano di un agente della polizia.

