La storia che vi raccontiamo oggi è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani... la differenza è solo una: chi l'ha vissuta è ancora vivo e ne può parlare. Una storia tragica che ha fatto perdere al protagonista tutti i ricordi della sua infanzia e adolescenza, una storia che gli ha cancellato tutti i suoi primi venti anni di esistenza. Quella di oggi è la storia di PAOLO SCARONI. Era il 24 settembre 2005 allo stadio Bentegodi di Verona era di scena la partita di cartello tra due città che vivono di calcio, Hellas Verona e Brescia. Una partita calda e sentita da entrambe le tifoserie, rivali storiche. Paolo, insieme ad altri 800 tifosi della leonessa è in trasferta a Verona, per sostenere la squadra della sua città. Lui, come tanti di noi, guardava affascinato la curva, quando suo papà lo portava allo stadio; in seguito si è avvicinato al Gruppo più popolare e radicato: "Brescia 1911". Come tutti i gruppi ultras hanno un loro codice di onore: botte sì, ma solo a mani nude "Niente coltelli". Paolo, ultras navigato, ci racconta che dopo la partita c'era già qualcosa di strano nell'aria. In una partita tesa e calda come Verona-Brescia, a fine partita i cancelli erano aperti e il deflusso dei tifosi ospiti risultava troppo "facile". Secondo Paolo già da quel momento la celere ha iniziato a provocare i tifosi ospiti, ma fuori dallo stadio "qualche scaramuccia con la polizia ma nulla di che". I bresciani vengono scortati in stazione e lì si scatena l'inferno, quella che Paolo chiama la macelleria: tre cariche della celere, violentissime. Foto e video recuperati da "l'Espresso" mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L'ambulanza arriva con più di mezz'ora di ritardo. Da quel giorno, per mesi, gli ultras Brescia 1911 smettono di andare allo stadio; la domenica vanno a Verona in ospedale a tifare per Paolo, che il 30 ottobre, quando ogni speranza sembra spenta, improvvisamente si risveglia durante un prelievo di sangue. Alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un'inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine e scopre: verbali truccati, testimonianze insabbiate e filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l'omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. La poliziotta interroga il personale del treno. E scopre che la storia dei binari occupati dagli ultras era una balla. "I tifosi erano assolutamente tranquilli, noi eravamo pronti a partire: non ho visto nessun atto di violenza, provocazione o lancio di oggetti", dichiarano i macchinisti. Ma chi ha scatenato il caos? Quattro agenti della polizia ferroviaria testimoniano che "i disordini sono cominciati solo quando la celere ha lanciato lacrimogeni dentro uno scompartimento dove c'erano tante donne e bambini piangenti". Mentre Paolo passa altri 64 giorni in rianimazione, i suoi amici di Brescia 1911 si tassano per pagargli le spese legali e imbandierano la curva con uno striscione mai visto: "Giustizia per Paolo". Il tam tam unisce decine di tifoserie rivali. A febbraio Brescia è invasa da ultras di mezza Italia. Un corteo con migliaia di tifosi, preceduto da uno storico abbraccio tra i capi delle curve "nemiche" del Brescia e dell'Atalanta. Visto che tutti, chi più e chi meno, conoscono la fine di questa triste storia, con Paolo cerchiamo di andare oltre quei fatti incresciosi che gli hanno cambiato in maniera indelebile la vita. Paolo conosce il nostro progetto e sa, che come lui, siamo figli della curva e di una città. Apprezza tanto quello che stiamo provando a fare e più di una volta ci dice che per poter tornare a vivere emozioni bisogna vivere lo sport in maniera popolare perché il Sistema Calcio e tutto quello che gira intorno è marcio. Fa strano sentire da uno come lui (che è uno uno come noi) quanto questa pandemia ha fatto bene ai potenti. Pensandoci bene e riflettendo con lui ci rendiamo conto che è la verità. Chi pulisce la birra che ci cade per terra al goal della nostra squadra??? quanti operatori ad oggi ci sono in un campo di calcio?? quanti ce ne sarebbero stati se all'interno dello stadio ci fossero state venti trenta o quarantamila persone??? come direbbe qualche vecchio antico: la spesa vale l'impresa?? Per molti, o forse per tutti, quelli che guadagnano intorno ad un pallone, il tenerci rinchiusi a casa fa comodo. Quando Paolo adesso vede un'uniforme, non ha più fiducia ed ha paura di chi ci dovrebbe difendere, ecco perché da sempre sostiene la campagna di Amnesty International "Forza Polizia, Mettici la faccia", petizione che chiede allo stato Italiano di inserire i numeri identificativi sulle divise delle forze dell'ordine. Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio. Avremmo voglia di parlare ancora tanto con Paolo, ma speriamo di poterlo fare presto di persona. Ora ci salutiamo come piace a noi.. alziamo tutti le braccia: PAOLO SCARONI, GIUSTIZIA PER PAOLO SCARONI! ULTRAS LIBERI DI ESSERLO.
Comunicati · 09 Apr 2021
QUALCUNO HA SBAGLIATO, NESSUNO HA PAGATO: GIUSTIZIA PER PAOLO SCARONI!







