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Rassegna stampa

Comunicati, notizie e match report

E’ SCOCCATA L’ ORA DELL’ AZIONARIATO POPOLARE?

FONTE : RIVISTACONTRASTI.IT

Se come sostiene il caustico intellettuale Michel Houellebecq la crisi socio-economico provocata dal Coronavirus causerà un’accelerazione nei mutamenti già innescati in questi ultimi anni, allora nell’ambito dello sport tricolore potrebbe essere arrivato il momento dell’azionariato popolare. Questo modello di gestione – abbondantemente affermatosi all’estero, a più livelli e nelle diverse discipline – rappresenta infatti una delle ultime speranze per le società sportive del Belpaese, in cui progetti di questa natura costituiscono ancora una novità.

 

 

Nel nostro ordinamento giuridico, tanto pantagruelico quanto preistorico, le basi per questo modello sono state poste nello scorso luglio con un emendamento al DDL “Delega sullo Sport”, sancendo un impegno all’introduzione di forme di partecipazione popolare ed azionariato diffuso nelle società sportive. L’iniziativa, a firma Lega-M5S, non costituiva un’autentica legge, ma quantomeno un embrionale riconoscimento per un soggetto giuridico fondato da un gruppo di tifosi. Proprio la base di appassionati è l’essenza di queste associazioni o cooperative (Supporter’s Trust per gli impenitenti anglofili): in ogni caso iniziative promosse “dal basso” e caratterizzate da elementi comuni.

 

Si tratta di organizzazioni democratiche, in cui una testa vale un voto, riconosciute giuridicamente ed a responsabilità limitata; da sottolineare inoltre la composizione flessibile che permette la partecipazione da 100 a 100000 soci, il carattere “no profit” e l’orientamento alla comunità.

 

Lo scopo fondamentale è comprare quote societarie ottenendo una rappresentanza all’interno della proprietà del club, in modo da poter influenzarne la gestione; nel dettaglio si mira all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra dirigenza e tifosi, nonché alla tutela e alla valorizzazione dell’imprescindibile ruolo rivestito da questi ultimi, nell’ottica di rinsaldare il legame tra società sportiva e comunità tutta. Per quanto siano innumerevoli le modalità e gli strumenti per perseguire questi obiettivi, tre sono i modelli di riferimento a livello europeo.

 

 


 L’ azionariato popolare in UK, Spagna e Germania


 

Partiamo dalla costituzione dei Supporters’ Trust, il volto inclusivo dell’altrimenti opprimente “Modello Inglese”, spesso esaltato alle nostre latitudini con troppa superficialità. Proprio queste associazioni sono state la ferma reazione dei tifosi nei confronti di un football che si allontanava dal suo appassionato, seppur non sempre irreprensibile nella condotta, dodicesimo uomo. Dal 1997, quando ormai si era compiuta la mutazione da First Division a Premier League, sono sorti più di 160 Trust dalla massima serie fino alla Non-league.

 

 

Negli ultimi vent’anni numerosi gruppi di tifosi si sono associati, con lo scopo di entrare nella proprietà del proprio club e con motivazioni anche differenti: contrastare l’operato delinquenziale del presidente, ripartire dopo l’onta del fallimento, o semplicemente corroborare il legame tra piazza e società. Oggi vicende come quelle del dissidente United of Manchester e del redivivo AFC Wimbledon hanno restituito dignità al gioco più bello del mondo; queste due società sono esempi di “Community Clubs” in cui la maggioranza societaria è detenuta proprio dai tifosi, e hanno già suscitato simpatia ed emulazione anche al di qua della Manica.

 

 

Se dalle parti di Wimbledon sono tornati i Dons, il merito è esclusivamente dei tifosi (AFC Wimbledon)

 

 

Definendo la geografia dell’Europa dei tifosi, sarebbe un peccato capitale non trattare la “Regola del 50%+1”, fondamento legale per il potere degli appassionati nei club tedeschi. Tale norma garantisce che l’autorità decisionale sia nelle mani di gruppi di sostenitori (strutturati su base di partecipazione democratica), mentre la restante quota è destinata agli investitori privati. Introdotto alla fine degli anni ’90, nell’ambito del passaggio dei club professionistici da associazioni a S.p.a, questo vincolo ha permesso di tutelare la figura dei tifosi in un contesto sportivo che si apriva al processo di finanziarizzazione, e alla ricerca di nuove risorse.

 

 

Attualmente le due eccezioni che confermano la regola sono Wolfsburg e Leverkusen, tradizionalmente di proprietà di Volkswagen e Bayer, assetti societari comunque avallati dalle rappresentative dei tifosi. Nonostante le rigogliose presenze negli stadi tedeschi ed uno stato di salute del calcio sicuramente positivo, testimoniato anche dai risultati della Mannschaft, nelle ultime stagioni si sta infoltendo sempre più la schiera dei detrattori della “50%+1 Regel”: evidentemente, anche Oltralpe, sono numerose le volpi decise a divorare la gallina dalle uova d’oro contando sulla liberalizzazione del pallone.

 

 

“Il 50+1 è inviolabile!”: i tifosi tedeschi hanno le idee chiare (Stuttgarter Zeitung)

 

 

In Spagna, nell’ottobre 1990, la “Ley del deporte” aveva costretto tutti i club professionistici a convertirsi da associazioni a società sportive per azioni (Sociedad Anonima Deportiva). All’epoca soltanto Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao ed Osasuna furono esentate dalla riforma, in quanto i loro bilanci rispettavano particolari requisiti; ecco perché queste società rappresentano ancora oggi il tradizionale assetto del modello spagnolo. Ad esempio alla squadra catalana, che fa del motto “Mès que un club” un vanto e un simbolo di riconoscimento, sono affiliati circa 150000 soci in tutto il globo.

 

 

Il 2,5% di essi è sorteggiato per comporre l’assemblea generale, che detiene il potere di approvare il bilancio e le sponsorizzazioni, di modificare lo statuto societario, così come di richiedere mozioni e riunioni straordinarie. L’organo si interfaccia con una “Junta” di circa venti soci, che hanno il compito di coadiuvare il presidente; quest’ultimo viene eletto ogni quattro anni tramite votazione diretta e si occupa della gestione economica in primis. Organigramma societario alla mano, non sappiamo come si risolverà la lotta intestina al club di Messi e compagni, ma tale modello di gestione sembra garantire a tutti il diritto di esprimersi sulla condotta del presidente Bartomeu.

 

 


I primi fiori nella Penisola


 

Nel nostro Paese, dall’animo intrinsecamente conservatore, la primavera dell’azionariato popolare sta fiorendo da una decina di anni appena. Il campo più florido è senza dubbio quello calcistico, dove le prime esperienze del cosiddetto “Calcio popolare” hanno ormai radici profonde. Le serie dilettantistiche nostrane, soprattutto dalla terza categoria alla promozione, hanno offerto un terreno fertile alla nascita di club interamente gestiti e finanziati da tifosi, iniziative “reazionarie” rispetto ad un pallone privo ormai di qualsiasi dimensione etica.

 

 

Ideale Bari e Centro Storico Lebowski sono due delle realtà più significative di questo vivaio così variegato, arricchito da germogli che si stanno sviluppando in tutto lo Stivale. E non solo le piccole realtà a percorrere la via dell’azionariato popolare: i colori dei capoluoghi come Ancona, L’Aquila e Palermo (almeno in parte), oppure di centri “minori” ma appassionatissimi quali Vigor Lamezia e Fasano, hanno affidato la loro rinascita post-fallimentare alle mani dei tifosi.

 

 

Il calore degli Ultimi Rimasti, il cuore del Centro Storico Lebowski (fb Centro Storico Lebowski)

 

 

Risalendo al vertice della piramide del calcio italiano, si può dire che siano sempre più numerose le associazioni di tifosi che progettano di intervenire nella gestione del proprio club; tra le tante, il Trust “My Roma” è riuscito a comprare una quota di azioni della società di Pallotta, acquisendo sempre più credibilità nel turbolento ambiente giallorosso.

 

 

Se si rimane nella Capitale è doveroso citare il recente tentativo della Virtus Roma, gloria della pallacanestro italiana. Durante l’inverno passato, il club del presidente Toti aveva lanciato un’operazione di “equity crowdfunding” con l’obiettivo di raccogliere nuove risorse ed allargare la partecipazione alla gestione societaria, coinvolgendo i tifosi e la comunità cittadina.

 

Sempre riguardo gli sport al coperto, bisogna citare le “palestre popolari” che si stanno affermando nelle periferie di numerose città: orgogliose realtà autogestite e finanziate, nate con l’obiettivo di conciliare discipline come la boxe con iniziative di impegno sociale.

 

A marzo la campagna è stata sospesa perché non aveva dato i frutti sperati, ma non si può escludere che questa iniziativa non ispiri altre piazze storiche del nostro basket, che la prossima stagione dovranno ingegnarsi per sopperire all’aggravarsi delle ristrettezze economiche in cui versa l’intero movimento.

 

 

Qualche mese prima rispetto all’esperimento capitolino, a Reggio Calabria è stato fondato il Supporters Trust Viola, associazione tramite cui i tifosi hanno posto le basi della ripartenza della Pallacanestro Viola dalla quinta serie. Invece, il 40% del capitale dell’Aquila Basket Trento, detenuto da un Trust di tifosi, testimonia come tale modello di gestione possa essere adottato con successo, anche nel massimo campionato. Infine, sempre riguardo gli sport al coperto, bisogna citare le “palestre popolari” che si stanno affermando nelle periferie di numerose città: orgogliose realtà autogestite e finanziate, nate con l’obiettivo di conciliare discipline come la boxe con iniziative di impegno sociale.

 

 


L’ultima speranza


 

In Italia la rete “Supporters In Campo” è nata nel 2013 con l’obiettivo di sviluppare la partecipazione dei tifosi nelle società di calcio, offrendo competenze e sostegno nella formazione delle associazioni e nelle relazioni con club ed istituzioni. Frutto del coinvolgimento di appassionati italiani nel progetto europeo “Migliorare la governance del calcio attraverso il coinvolgimento dei tifosi e la proprietà della comunità” , questo collettivo partecipa all’organizzazione SD Europe, patrocinata dalla UEFA ed attiva in trentotto paesi; oggi coinvolge ufficialmente 40 associazioni del calcio italiano, un numero che pare destinato a crescere.

 

 

Come abbiamo visto, l’azionariato popolare si sta affermando pian piano anche nel nostro Paese, nel calcio ma non solo, tuttavia rimangono due grandi ostacoli a frenarne la crescita (ovviamente al di là delle valutazioni prettamente economiche-finanziarie). In primis, nell’opinione pubblica deve ancora maturare la concezione di un sistema sportivo tifo-centrico, ovvero improntato sul ruolo centrale del sostenitore; gli appassionati dovranno svestire i tradizionali panni di folk devil (personaggio principale della strategia del “panico morale”), cuciti loro addosso dalla demonizzazione a mezzo stampa, divenendo così attori nell’ambito sportivo e comunitario.

 

Un tempo garantito dal buon cuore del mecenatismo, oggi il sistema è vittima delle folli condotte imprenditoriali, in un contesto politico-istituzionale permeato dall’affarismo.

 

Inoltre deve essere costruito un dialogo serio e costruttivo tra tifosi ed istituzioni sportive. Dai ricatti alle società in certi ambienti al divieto per legge di qualsiasi tipo di contatto, fino all’ambigua figura dello SLO: i rapporti dovranno sottendere un patto di rispetto e trasparenza. Tuttavia proprio in queste ore il divario sembra abissale, una voragine scavata dalla ostinazione dei soliti noti, che si sono trovati al capolinea dopo anni di bilanci fantasiosi e libri contabili pieni di fuffa.

 

 

In conclusione, la crisi odierna non ha fatto altro che palesare l’elefante nella stanza: il fallimento del modello gestionale dello sport italiano. Un tempo garantito dal buon cuore del mecenatismo, oggi il sistema è vittima di ardite condotte imprenditoriali avallate da un contesto politico-istituzionale permeato dall’affarismo. È giunto il momento di ripensare il paradigma sportivo in un’ottica di sostenibilità economica e responsabilità sociale, riportando al centro tanto i praticanti quanto i tifosi, vera anima di questo mondo. Forse è chiedere troppo, ma l’ora è scoccata ed il ritardo è già notevole.

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